Jesi (An), 16 giugno 2005 – Non si è spenta ancora l’eco per la morte del grande direttore d’orchestra Carlo Maria Giulini, che ecco giungere notizia della scomparsa di Valeria Moriconi. L’attrice, malata da tempo, aveva chiesto di trascorrere l’ultimo periodo a Jesi, sua città natale, dove si è spenta ieri, assistita dal compagno, Vittorio Spiga. Valeria Abbruzzetti – questo il suo nome da nubile – era nata il 13 novembre 1931. A soli sedici anni aveva debuttato a teatro, recitando in una compagnia amatoriale; un anno dopo si era sposata con Aldo Moriconi, di cui decise di mantenere il cognome anche dopo l’esaurirsi del rapporto coniugale.

Interprete sensibile ma dotata di un carattere energico, esordì al cinema nel 1953, in un episodio del film Amore in città, di Alberto Lattuada. Ma fu il teatro il vero grande amore della sua vita artistica. Un sodalizio benedetto da Eduardo De Filippo in persona, che dopo un breve provino la scritturò nel ’57 per ricoprire il ruolo della protagonista femminile in De Pretore Vincenzo. Molto adatta in ruoli classici e drammatici ma capace di interpretazioni maiuscole anche nella Locandiera di Goldoni o nella Bisbetica domata di Shakespeare, Valeria Moriconi amava le sfide. nel ’60 fu Mina ne L’Arialda di Giovanni Testori, diretta da Luchino Visconti (spettacolo poi ritirato dalle scene perché ritenuto troppo esplicito) e molti anni dopo – siamo nel 1996 – accettò con entusiasmo la parte offertale dal regista Gabriele Vacis ne La rosa tatuata, il dramma di Tennessee Williams che Anna Magnani portò sullo schermo, ricavandone l’Oscar. In precedenza, il suo nome era comparso a fianco di quelli di Franco Enriquez (con il quale condivise un periodo fondamentale della sua vita), Glauco Mauri e Mario Scaccia (poi sostituito da Luzzati): insieme fondarono la Compagnia dei Quattro, che portò in scena – all’inizio degli anni Sessanta – spettacoli di genere assai vario, alternando classici shakespeariani a testi di Pasolini e Oreste Del Buono. Con Enriquez, Moriconi tornerà poi a recitare anche nei successivi anni Settanta, in un testo forse meno celebrato come Storie del bosco viennese di Ödön von Horvath.

Ormai consacrata interprete, l’attrice marchigiana inanellò – a partire dai primi anni Ottanta – una serie di interpretazioni di madri che ne rafforzarono il successo: dall’edipica Emma B di Savinio alla Filumena Marturano, ancora di De Filippo. Nel 1988 vestì poi i panni della regina d’Egitto in Antonio e Cleopatra, per la regia di Giancarlo Cobelli. Di successo in successo, nel 1995 ricevette il Premio Simoni e venne nominata Grand’ufficiale della Repubblica. L’anno successivo, oltre al già citato ruolo da protagonista ne La rosa tatuata, affascinò e convinse una volta di più pubblico e critica in Medea, recitata nella splendida cornice del teatro greco di Siracusa.

Anche in televisione Valeria Moriconi ha lasciato il segno, recitando in sceneggiati che riscossero ampio successo di pubblico, come Pigmalione, La presidentessa e soprattutto Il mulino del Po seconda parte – del 1971 -, seguito dal pirandelliano Così è se vi pare nel ’74. Ma solo a teatro la sua indole scrupolosa e al tempo stesso duttile era capace di regalare al pubblico, ma anche a lei stessa, quelle emozioni intense che l’hanno accompagnata per tutta la sua esistenza. Nel novembre del 2004 avrebbe dovuto debuttare nell’Elettra di Massimo Castri al Teatro Biondo di Palermo, ma la malattia la costrinse a dare forfait durante le prove; il suo ruolo è stato poi interpretato da Ilaria Occhini.

La camera ardente è stata allestita presso il Teatro Pergolesi di Jesi, dove debuttò, e che diresse per un periodo molti anni più tardi, a testimonianza di un attaccamento forte alla sua terra d’origine. I funerali si terranno venerdì 17 alle ore 15, presso la Chiesa di San Giovanni Battista, in corso Matteotti.

Nella foto, Valeria Moriconi