Ideogrammi dell’io

Hanno il poetico ermetismo, lo struggente straniamento dell’objet trouvè i legni di Alfredo Colombo: con qualcosa in più. L’azzeramento formale dell’espressionismo astratto, l’estensione provocatoria dei concettuali e l’esperienza poverista allontanano infatti le “proposizioni articolate” di Colombo dalle interiezioni di Duchamp. In quei legni non c’è l’arroganza della trovata, ma non c’è nemmeno l’ironia del ritrovamento. La ricerca non ha infatti valore autoreferenziale, non si esaurisce nell’esibizione dell’oggetto trovato ma, proseguendo il cammino di Rauschenberg, usa l’oggetto, quei legni su cui il tempo ha impresso il proprio segno, come piano su cui avviare un tentativo di scrittura. Il dramma nasce allora proprio dal contrasto tra la sorda presenza della materia e l’intervento cromatico o formale: condotto con il pudore di chi avverte nella mutilazione del frammento rinvenuto la perdita irreparabile della perfezione dell’intero, ma arrischia comunque un tentativo di composizione. Ecco perché le opere di Alfredo Colombo rivelano sempre un’attenzione per la valenza estetica, ed ecco perché sembrano le tavole di una simbologia ormai indecodificabile: luoghi dell’enigma che richiamano inevitabilmente alla memoria le arcane presenze totemiche di Ettore Colla.

La dimensione dialogica non è però negata a priori. Il mutismo ostentato del “senza titolo” è piuttosto rivelatore della volontà di non sovrapporre la mediazione del proprio io al dialogo diretto con la materia che, liberata dalla necessità di piegarsi alla rappresentazione di una storia, può proporsi finalmente come schermo della storia di chi guarda. E la grande lezione di Fautrier, di Burri, di Tápies: artisti che, in maniera diversa, hanno creato una possibilità di racconto nel sofisticato spessore della materia. Ma è anche la comune, amara lezione del vivere: il linguaggio, nella continua iterazione, consuma i propri contenuti. Il già detto spegne il portato concettuale. Solo l’allusione, nella sua equivocità, mantiene intatto il proprio valore evocativo, perché il suono della parola può nasconderne alla lunga il significato, mentre il silenzio, quando è in grado di suscitare una stupita disposizione all’ascolto, stimola la percezione di suoni che può sembrare di non avere mai udito.

I “legni” rappresentano l’approdo di una ricerca condotta da Alfredo Colombo a partire dall’inizio degli anni Novanta. Sulla superficie arsa, sabbiata dal flusso del tempo, affiorano macchie, striature, minute calligrafie a carboncino, lettere di un alfabeto che rifiuta di comporsi in parole. La stratificazione materica prosegue con l’incastonamento di pezzi di vetro, iuta, tasselli dove lo stucco abbozza la tradizionale levigatezza della tavola, anche se il nuovo piano rimane rigorosamente vuoto. I valori cromatici sono il risultato di un’azione naturale condotta sulla materia: il legno è ossidato dal sole, il nero è il segno del fuoco, il cui rosso ritorna in piccole tache a fare da contrappunto al buio del bruciato. A tratti, lungo sottili fenditure che percorrono il legno, sono tese delle corde che hanno la palpitante nudità d’una nervatura improvvisamente rivelata da un taglio.

Le strutture a parete tentano a volte un dimensionamento più compiuto nello spazio, ma il loro è una sorta di pesante lievitare che non basta a sciogliere l’ancoraggio al muro in piena autonomia tridimensionale, ma solo a imprimere al piano una “suggestione” di volume. Nasce così (quel reperto nero, scheggia impazzita d’un ordigno deflagrato chissà dove. 0 quella “macchina inutile” strumento dimenticato che nel bendaggio di corda tanto accuratamente eseguito racconta ancora il paziente lavoro del suo artefice.

La voglia di scrittura, che nei legni si esprime più che altro come rimpianta possibilità, sembra quasi trovare nei dipinti un piano d’apparizione. La macchia perde il suo profilo informe per esibire la fierezza di un cerchio o far balenare una larva figurale. Le tracce, che sulla superficie dei legni erano percorsi

indecifrabili, nei dipinti acquisiscono, se non il valore di segno, perlomeno il ritmo compositivo che ne è il preludio. Ma il bagliore dell’oro che compare inaspettatamente in alcune tele, improvvisa accensione che fuga il nero in rapide colature o nello spessore congesto delle spatolate, non sembra aver aperto uno squarcio nella materia. Per questo artista, che ha alle spalle un passato figurativo, l’immagine, nella sua finitezza, non può rappresentare una meta: semmai il ricordo di una possibilità, sperimentata come vana. Il colloquio con il reale non può avvenire attraverso un alfabeto per immagini, la mediazione naturalistica tra significato e significante si qualifica inevitabilmente per Alfredo Colombo come uno specchio nero che si frappone tra l’io e il mondo.

Per scivolare dietro lo specchio, per cogliere il fremito leggero delle cose non resta allora che imparare a leggere in quel nero. La nostra storia in fondo è scritta lì: in quel pezzo di notte che serbiamo nel cuore.

Marina Pizziolo