Venerdì vertice Ecofin. Bersani: misure d’emergenza

di GIANFRANCO MODOLO

MILANO – Un’altra giornata da dimenticare per i cittadini europei, stritolati tra il rialzo dei prezzi del greggio e l’euro debole. Ormai i due fenomeni, che si alimentano a vicenda con perversa concomitanza, rischiano di far saltare le previsioni sulla crescita (come ha sottolineato ieri il commissario agli Affari economici Pedro Solbes), di accrescere l’inflazione a livelli impensabili, perfino di minare la coesione politica ed economica dell’Europa. Dopo la tregua della vigilia, dovuta al lungo fine settimana del Labour Day, i mercati americani hanno riaperto i battenti e le indicazioni giunte d’oltreoceano sono state pesanti: a New York nel premercato i prezzi del greggio sono saliti oltre i 34 dollari per barile, assai vicini ai 34,37 dollari che rappresentano il massimo degli ultimi dieci anni toccato in marzo. E negli scambi ufficiali hanno raggiunto il tetto di 33,98 dollari. Tutto questo nonostante i pozzi producano greggio come mai era accaduto negli ultimi vent’anni, 29 milioni di barili al giorno. Ma le scorte mondiali sono ai minimi e i consumi non accennano a calare, anzi sembrano destinati a salire. Il tutto tra un duro scambio di accuse tra chi ritiene inaccettabili questi prezzi da una parte (l’Europa) e accusa i produttori di esercitare un “cartello” strangolatore, e dall’altra l’ organizzazione dei produttori, l’ Opec, secondo la quale il caro prezzi è dovuto alla forte fiscalità che in Europa penalizza i prodotti energetici.

Ad avvelenare ancor più la pillola si è aggiunta la nuova colata a picco dell’euro, scivolato vicinissimo ai minimi contro il dollaro a 0,8850 (circa 2.185 lire) prima di recuperare qualcosa nel finale, mentre contro lo yen ha toccato il minimo storico a quota 93,85 (quasi 21 lire). Sul fronte valutario, siamo di fronte a una crisi di sfiducia nei confronti dell’euro – su questo sono d’accordo gli osservatori – sfiducia stimolata anche dagli ultimi interventi del Cancelliere Schroeder sui benefici che la moneta debole apporta alla ripresa tedesca. E questo gioca a favore delle tesi dei produttori di greggio, secondo i quali il Giappone, penalizzato forse più dell’Europa nelle sue importazioni energetiche, gode tuttavia di una moneta forte che attutisce il caro petrolio. Ieri ha lanciato l’ allarme il ministro dei Trasporti Pierluigi Bersani: “L’Europa potrebbe essere costretta a misure di emergenza per il risparmio energetico”.

All’euro debole dovremo rassegnarci ancora per qualche tempo anche perchè il referendum che si terrà a fine mese in Danimarca sull’ingresso della corona nell’ area della moneta unica rende incerto il quadro politico e stimola la speculazione. “Non escludo che il dollaro possa arrivare a 0,86-0,85 euro nei prossimi due mesi”, prevede Giuliano Vercesi, esponente di Trader Maid International. “A novembre, dopo le elezioni americane, potrebbe prendere corpo la ripresa dell’ euro, ma con grande cautela”.

Immediate le reazioni del mondo politico a questi eventi: negli States il presidente Bill Clinton ha annunciato che incontrerà tra breve il principe ereditario saudita Abdallah ben Abdel Aziz per affrontare l’argomento. Una mossa destinata a scarsi risultati concreti. Sui mercati gli operatori da qualche settimana danno per scontato entro due mesi il rialzo del greggio oltre i 40 dollari nonostante l’aumento della produzione di 500.000 barili al giorno che verrà deciso a Vienna a fine settimana. In Europa invece i ministri delle finanze di Ecofin si riuniranno venerdì per esaminare l’ impatto che gli alti prezzi del greggio stanno avendo sull’economia continentale. Nel messaggio inviato ieri all’Opec dal commissario europeo Loyola De Palacio si legge che se tali prezzi inaccettabili resteranno in vigore ancora a lungo ne verranno danni non solo ai paesi importatori, ma anche ai produttori. Non è infatti nell’interesse dell’Opec mettere in pericolo la crescita mondiale con politiche di cartello dannose per tutti.