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22:38 – venerdì 04 settembre 2009

Alessandro Libertini in Con gli occhi di Pinocchio, della companiga Piccoli Principi

Emanuela Villagrossi, protagonista di Mamma mia! dei Motus

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Brevi da Radicondoli

L’edizione 2009 del festival di Radicondoli si è svolta tutta all’insegna del ricordo felice di Nico Garrone, critico teatrale solare e curioso, instancabile scopritore di tendenze, arguto osservatore della realtà, flaneur raffinato e paziente fiancheggiatore di talenti. Come direttore del festival, Nico aveva saputo fare della manifestazione un appuntamento originale e garbato, da sempre attento alle energie del territorio: spazio spesso lontano da mode e tendenze dell’ultima ora, il Festival di Radicondoli era – ed è – sempre occasione preziosa per una riflessione ampia su trame sottili, su temi originali, su contaminazioni e incontri. Con quel suo sorriso delicato di amante della vita, questo maestro di critica, prima di andarsene prematuramente, aveva pensato di dedicare il suo festival alle possibilità e alle molteplicità della Fiaba. Con quella leggerezza cara a Calvino, Nico Garrone non esitava ad aprire infatti al teatro comico o al teatro ragazzi, ai racconti come alla ricerca più complessa: così Anna Giannelli, da sempre colonna portante del Festival, ha dato attuazione al progetto di Nico, allestendo un cartellone di grande ariosità.

Ecco allora che, nelle giornate cui abbiamo assistito, centrale diventa la figura di Pinocchio: non solo per le origini toscane, ma perché il burattino gode da sempre di una felice vitalità sui palcoscenici italiani. Dopo Carmelo Bene, dopo Paolo Poli, dopo il Carretto, dopo Virgilio Sieni, tanto per citarne alcuni, ecco nella stessa sera Armando Punzo (che ha portato a Radicondoli alcune scene dell’allestimento fatto con i detenuti-attori della Compagnia della Fortezza di cui si è già dato conto in queste pagine), e un altro Pinocchio ad opera della compagnia Piccoli Principi di Alessandro Libertini e Veronique Nah. Teatro Ragazzi, verrebbe definito nelle anguste categorie ministeriali, e invece questo Con gli occhi di Pinocchio è un racconto toccante, vivace, allegro, doloroso come il celebre romanzo di Collodi. È un viaggio a ritroso nel tempo, ma soprattutto nei luoghi di Carlo Collodi: a Castello, un quartiere periferico di Firenze. In quel borgo, dove vivono anche gli autori, Carlo Lorenzini in arte Collodi visse tra il 1881 e il 1883 e scrisse Pinocchio. Piccoli Principi, giocando tra autobiografia immaginaria e ricostruzione storica e ambientale, tessono le fila di un racconto-invenzione che è fiaba ed evocazione. Libertini, solo in scena, alle spalle una parete-video che è scenografia e drammaturgia, è un narratore-Pinocchio, un bimbo cresciuto la cui vicenda umana si intreccia stranamente e amabilmente con quella del celebre burattino. Lo sguardo, allora, è nuovo e antico, sfugge alle noiosette vicende della storia, eppure le rievoca, le reinventa: ecco il grillo, il gatto e la volpe, ecco Geppetto. Ma anche i fatti di cronaca cui può aver attinto Collodi, i paesaggi, le case, le persone, i volti eterni della umile gente toscana che era protagonista reale del romanzo. Con gli occhi di Pinocchio riesce a fare i conti, ancora di nuovo, con questo libro-mondo, ha il sapore elegantemente ironico di chi ama giocare, di chi – con scanzonata intelligenza – attraversa i luoghi comuni per svelarne sensi profondi e sorprendenti. E regala al pubblico quel sorriso di cui sarebbe sicuramente soddisfatto Nico Garrone.

Di grande efficacia anche Il Gregario, sorta di radiodramma scritto impeccabilmente da un ottimo autore quale Sergio Pierattini, qui in scena affiancato dal bravo Alex Cendron. Storia di due ciclisti nell’immediato dopoguerra, alle prese con ambizioni e sconfitte, con povertà e sogni di successo. Come sempre nella scrittura di Pierattini si mescolano con calzante ferocia microstorie e grande storia: vicende private di marginalità quotidiane all’ombra di avventure umane più eclatanti. I due ciclisti, còlti a riposo dopo una tappa del Giro d’Italia, dividono la stessa stanza di uno scalcinato albergo. Al piano di sopra c’è Coppi, il caposquadra è Bartali; poi c’è il fascismo mai veramente sconfitto in Italia, e il sogno comunista; c’è la famiglia, il lavoro, la campagna, la terra, le donne. Il Gregario, premio Riccione 2007, è un testo bellissimo: capace di commuovere anche in questa scarna, ma efficacissima, forma di lettura.

Ancora una lettura-scenica è Mamma Mia! che la compagnia Motus ha tratto da Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Mentre su uno schermo a fondo scena scorrono immagini sgranate, con il gusto e i colori antichi di un Super8, la lettrice-narratrice – una straordinaria Emanuela Villagrossi, davvero struggente – dà voce alle aspre pagine pasoliniane: storia di perdizione e incesto, di follia e di passione. La voce è calda, il ritmo pacato, solo qualche coloritura: ma quel che arriva allo spettatore ha il peso di un macigno insopportabile. La confessione, teorizzata da Pasolini, diventa racconto agghiacciante: che si mostra inesorabilmente nel finale, quando anche le immagini daranno conto della vicenda. La perversione borghese, qui, è resa oscena, denunciata in tutta la sua pochezza. Emanuela Villagrossi, sicuramente una delle migliori attrici italiane, non cerca provocazioni o esasperazioni: semplicemente dice, con la lucidità della lama di una ghigliottina.

Non vale, infine, dar conto di Giorno di morte nella storia di Amleto, versione del capolavoro scespiriano riscritta e reinventata da Bernard-Marie Koltès. Lo spettacolo, nella pur bella traduzione di Luca Scarlini, è messo in scena da Dario Marconcini con effetti devastanti per approssimazione e grossolanità. L’Amleto con la lisca di Gianni Buscarono potrebbe rivaleggiare con certi capolavori involontari della D’Origlia-Palmi, se solo in questo lavoro del Teatri di Buti ci fosse un po’ di sana (auto)ironia. Invece tutto è terribilmente tragico.

di andrea porcheddu