Il “treno della pace” si ferma ad Assisi

Quanta emozione e quante belle speranze ieri, nella piazza inferiore della basilica di San Francesco ad Assisi! Il papa ha voluto fortemente ripetere la giornata di preghiera interreligiosa del 1986, al grido di “Mai più guerre in nome di dio”. Il dialogo interreligioso è una conquista civile e morale moderna, venuta dopo secoli di guerre per motivi (ufficialmente) religiosi, e in un momento in cui questi conflitti, che ritenevamo ingenuamente superati, sono tornati a decidere le sorti del mondo. Ma anche in questo caso le guerre ispirate a principi religiosi, sono in realtà motivate da tutto quel groviglio inestricabile che sono gli interessi economici e politici di pochi potenti, che sfruttano la miseria e/o la credulità delle masse, ammantando i reali motivi, biecamente materialistici ed opportunistici, con l’aura sacrale della divinità e della giustizia.

La Chiesa Cattolica un tempo era maestra in questo, anzi, si può dire che la sua costituzione e la sua durata si siano rette su questa logica perversa. Grazie al cielo oggi sembra aver preso coscienza dei suoi errori passati, errori che però – non dimentichiamolo – sono storia recente, basta vedere le connivenze con il fascismo, l’opposizione cieca alla sinistra, l’appoggio incondizionato al capitalismo, le gravi omissioni, il colpevole silenzio che hanno caratterizzato la sua azione durante il secondo conflitto mondiale. Papa Wojtyla sembra sinceramente pentito, in quanto rappresentante della Chiesa nel suo complesso, per le azioni negative del passato, chiede perdono, ammonisce a non ripetere gli stessi errori, annuncia tiepide aperture. Tra queste la più evidente è appunto il dialogo interreligioso, l’organizzazione di eventi e giornate come quella di ieri, il confronto con le altre culture.

Molto bello e molto saggio. Hanno aderito con entusiasmo i rappresentanti di ben 11 religioni diverse, provenienti da tutto il mondo, a questa giornata caratterizzata da testimonianze, cerimonie collettive, preghiere in gruppi religiosi, tutti per la stessa cosa: la pace nel mondo, la cessazione della violenza, la fratellanza universale che trova espressione nella coesistenza di quelle religioni che un tempo si combattevano e che in altri luoghi si combattono ancora.

Ma guardiamo bene i fatti e vediamo se alle parole corrisponde un adeguato comportamento, oppure se si tratta solo di un bellissimo evento che si accontenta della rappresentazione del simbolo piuttosto che della realizzazione della sua sostanza.

Innanzitutto dove è avvenuto l’incontro? In una basilica cattolica e nella piazza antistante: il papa – al quale comunque va il merito indiscusso dell’iniziativa – anche questa volta giocava in casa, un premuroso padrone di casa che accoglie amorevolmente gli illustri ospiti che, comunque, son sempre ospiti e devono adeguarsi alle regole stabilite dal padrone di casa. Perché non organizzare un incontro insieme agli altri capi religiosi in un luogo neutro, invece di invitarli semplicemente?

In secondo luogo: cosa ha detto il papa? “In un’epoca così drammatica della storia noi innalziamo una preghiera collettiva di fraternità e solidarietà affinché mai più ci siano guerre nel mondo. La violenza non è la via per risolvere i problemi” e così via con altre ovvietà di questo tipo, peraltro condivisibili. Avete mai ascoltato il papa fare un discorso profondo? Vi siete mai sorpresi ascoltando lui o un altro vertice della chiesa, che so, Ruini ecc., ad apprendere cose nuove che sentite vere pur non avendole prima di allora esplicate? In genere i discorsi del papa sono costituiti da parole di pace, speranza, amore assolutamente condivisibili ma scontate. Niente che accresca, che aiuti la comprensione dell’animo umano e della sua complessità nella quale si annida la causa stessa della violenza. E’ facile ascoltare il papa perché viene naturale assentire con la testa e dire “sì ha ragione, che brava persona”. Siamo chiamati tutti alla nostra responsabilità individuale, ma poiché non ci dice nulla di nuovo, di problematico, nulla che ci scuota, non capiamo in che modo e fino a che punto siamo responsabili. Guardiamo la nostra vita e ci diciamo: “lavoro, pago le tasse, sono onesto, non ho mai rubato neanche una caramella, aiuto la signora dell’ultimo piano a portare la spesa, non sono razzista; si sono decisamente a posto”. Così, appagati, non ci avvediamo delle enormi responsabilità conoscitive e materiali che ognuno ha nei confronti del mondo. Non entro nel merito delle altre religioni perché qui il motore di questo incontro è il papa cattolico.

In terzo luogo, per quale motivo se si tratta di una giornata di riunione e preghiera interreligiosa, ogni religione aveva il suo luogo per pregare: solo perché i mantra e le Ave Maria sono in distonia? Per quale motivo si parla tanto di dialogo interreligioso e poi non si dialoga affatto e si finisce ognuno a pregare nella sua cella oppure nelle grandi piazze ad ammirare bellissime quanto vane manifestazioni di giubilo? Ricordate nell’ottobre 1999, quando ci fu la settimana del dialogo interreligioso in Vaticano? Avete sentito parlare i rappresentanti delle varie religioni? Avete visto vescovi e lama confrontarsi ed arricchirsi su questioni religiose comuni o distanti? Niente di tutto questo! Quella volta il papa giocava più in casa che mai: in piazza San Pietro, seduti ai lati del seggio papale, i leaders delle varie religioni hanno ascoltato i giovani di vari paesi del mondo esporre la loro testimonianza di fede, poi hanno ammirato un suggestivo spettacolo coreografico di canti, musiche e danze alle luci tremule delle fiaccole, e infine i leaders delle altre religioni, tra cui il Dalai Lama – con un sorrisetto ambiguo di comprensione stampato nel volto – hanno fatto la fila composti per recarsi di fronte al seggio papale a salutare e baciare la mano del papa, che bonario padrone di casa dispensava sorrisi e benedizioni a tutti.

Guardiamo in faccia la realtà: non basta stendere la mano verso le altre culture, dobbiamo agire in conformità al principio di dialogo e fratellanza universale. L’imporsi del simbolo al di sopra dell’essenza si vede nella realtà dei fatti, fedeli a quella famosa affermazione di qualche anno fa, mai sconfessata o ritrattata dal papa, per cui un conto è ritenere legittime, valide e degne di rispetto le altre religioni, un conto è metterle sullo stesso piano della Chiesa cattolica, che resta pur sempre l’eletta di Dio (vedi la dichiarazione della Congregazione della dottrina della Fede, intitolata Dominus Jesus, circa “l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa”, Agosto 2000). Vi rendete conto della profonda violenza implicita in questa asserzione? Da sola basta a trasformare in inutili messe in scena giornate potenzialmente significative come quella di ieri. Una chiesa che dice di detenere la verità più e meglio delle altre, sta dividendo se stessa dalla altre e nella divisione c’è in potenza il conflitto, come insegnano non solo le religioni orientali, per le quali la santità e la verità, si ritrovano nella non-dualità, ma anche la stessa tradizione cattolica, che fa iniziare il percorso dell’uomo come materia, da un atto imperioso di divisione che trova espressione nel creato, atto operato da un essere creatore indiviso. Anche la parola “santo” ha implicito, nella radice etimologica, il significato di intangibile, non divisibile.

Non è solo un principio filosofico evanescente legato più alla percezione dell’anima che alla realtà, è qualcosa di valido sempre e comunque: è nella distinzione che subentra il giudizio, l’opinione, l’attaccamento e l’avversione, l’ostilità, il desiderio di gloria o di rivalsa. Ma il nostro papa, che eppure sa benissimo queste cose, continua a fomentare questa distinzione, a ritenersi, in quanto rappresentante di Cristo in terra, il non plus ultra tra l’uomo e Dio.

E lo dimostra il suo accettare le altre religioni per gentile concessione, il suo ospitarle da padrone di casa, anziché chiamandole ad un impegno comune concreto per portare la pace nel mondo. E lo dimostra quando fa pressioni ed ottiene che nella scuola pubblica e laica si insegni la religione cattolica (o niente), invece della Storia delle religioni. Se la Chiesa fosse veramente aperta agli altri, vorrebbe che i ragazzi italiani conoscessero tutte le religioni del mondo affinché imparino a rispettare e a sentire come fratelli il compagno di banco islamico o buddhista, invece di sentirsi esseri superiori: cosa volete che facciano i bambini che si sentono dire dal papa e dai genitori o catechisti cattolici, che la sua religione è superiore, e cosa volete che faccia se sente il presidente del consiglio dire che la sua cultura è superiore, che abbracci il compagno marocchino scuro di pelle e di tradizione musulmana? Probabilmente si sentirà autorizzato a tiranneggiarlo o, in casi estremi, a picchiarlo, come troppo spesso sentiamo dai fatti di cronaca.

Ma non paga di tutto questo, la Chiesa ha ottenuto in questi giorni che in una circolare ministeriale per la scuola fosse annidata una nuova regola. Ossia che gli studenti non possano più scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica all’inizio di ogni anno scolastico, ma solo all’inizio di ogni ciclo: si tratta ovviamente di un modo per penalizzare o scoraggiare chi non vuole avvalersene. Nessuno o quasi ci ha informato di questo, perché questa ennesima prepotenza era scritta tra le noiosissime a cavillose righe di una circolare destinata agli addetti ai lavori, senza che i genitori ne fossero adeguatamente informati. Perché mai la Chiesa, tanto giusta e tanto buona, dovrebbe sentire il bisogno di togliere 1024 miliardi dalla scuola pubblica, di tutti, alla scuola privata (cattolica)? Perché mai impedisce agli studenti di scegliere liberamente ogni anno se fare lezione di religione, o meglio, perché non si limita ad impartire il catechismo a chi lo vuole invece si imporsi anche a scuola?

In un periodo come questo le parole da sole non contano, contano le azioni, e la Chiesa cosa fa di concreto oltre a invocare la pace e la fratellanza dalla finestra dei palazzi vaticani? A cosa serve che dica ” Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”, in occasione della giornata mondiale della pace il 1° gennaio 2002, quando accetta che ad accoglierlo alla stazione di Assisi ci sia il presidente del consiglio che appoggia la guerra di ritorsione degli USA, contro l’Afghanistan, presidente che ha procalmato la superiorità della cultura occidentale, che è permeato di violenza, nella mente, nelle parole e nelle azioni? Perché la Chiesa non compie un gesto forte di rifiuto reale della guerra e della violenza, tuonando contro gli Stati Uniti, aggressori a loro volta dopo essere stati aggrediti, a causa della loro sete di potere perpetrata senza scrupoli? Dov’è questo benedetto perdono? Perché non ha il coraggio di dire apertamente che Bush sbaglia, che Israele sbaglia, che Berlusconi e il centrosinistra sbagliano? Che l’economia neoliberista si basa sullo sfruttamento e sul materialismo? Perché non aiuta i fedeli a coltivare la consapevolezza, perché non li aiuta a conoscersi a vedere le loro illusioni, la loro personale dose di violenza che finisce con il confluire e determinare quella del mondo intero? Perché invece di organizzare incontri interreligiosi non dimostra la sua volontà di dialogo e conoscenza reciproca consentendo ai ragazzi di studiare a scuola anche la religione degli altri, perché continua ad accontentarsi di un vuoto rituale e di vane parole?

Domande retoriche alle quali io ho già dato una mia personalissima risposta: non sono le religioni in sé ad essere sbagliate, sono le singole persone. Il capo di una religione però ha un potere enorme su moltitudini di persone ed ha il dovere morale e la responsabilità fondamentale di aiutare i fedeli a realizzare al massimo grado le potenzialità conoscitive della propria dottrina. Se non lo fa, per inettitudine, ignoranza spirituale o lucido opportunismo, si comporta come “I farisei e gli scribi” i quali “hanno preso le chiavi della conoscenza e le hanno nascoste. Essi non sono entrati e non hanno lasciato entrare quelli che lo volevano. Voi però siate prudenti come serpenti e semplici come colombe”.

(Vangelo di Tommaso, loghion 39, ma molto simile al canonico Matteo 23,13).